Schiele- Fanciulla in Ginocchio

sabato 19 ottobre 2013

Agosto.



Il trucco sfatto, il pigiama al contrario, la bocca impastata. Mi guardai allo specchio e decisi che la maniera migliore per iniziare quella giornata sarebbe stata brindando con un’aspirina.
Ero pronta. Struccata, scarpe basse, capelli distrattamente raccolti e abiti comodi, dovevo allontanarmi il più possibile dal fantasma della seducente vedova nera, da cui sembravo essere stata posseduta la sera prima.
Il sonno a volte può essere più efficace di un potente esorcismo.
La giornata era proseguita lentamente e nessun evento era riuscito a farla scivolare via.
Era Agosto e la città era strana. Alla diaspora dei romani era momentaneamente seguita la colonizzazione dei di turisti australiani e statunitensi, che in genere erano così chiassosi e invadenti da farmi rimpiangere “l'era nipponica”.
Uscii dal lavoro, ero stanca, distratta, apatica e con nessuna voglia di tornare a casa. Quindi, deviai leggermente il solito percorso e decisi di entrare in un piccolo bar, uno di quelli con la carta dei vini scritta col gessetto bianco sulle lavagne e i divani di ecopelle rossa.
Mi sedetti al bancone e ordinai un bicchiere di Falanghina.
In genere non bevevo mai da sola. Ma quella sera ne avevo bisogno. Ne avevo il diritto. Dovevo distendermi, dovevo rimanere fuori casa, dovevo smettere di pensare, avevo avuto una giornata pesante… E mentre il mio cervello era impegnato a formulare altre “giustificazioni borghesi”, come le avrebbe definite la mia coinquilina, i miei occhi furono rapiti da uno strano particolare. Un paio di piedi nudi.
Allargai il campo visivo.
Un ragazzo di bell’aspetto, alto, lineamenti delicati, occhi chiari, barba incolta e folti capelli ricci e spettinati ad arte. Una maglia verde sgualcita, un paio di pantaloni di lino chiari arrotolati fino a metà polpaccio, un negroni in mano, una sigaretta nell’altra e, ovviamente, i piedi scalzi. Era dall’altra parte del bancone e stava parlando allegramente con il barman.
Sorrisi divertita e scossi la testa. Pensai fosse l'ennesimo australiano ubriaco.
Lui accorgendosi della mia reazione, si avvicinò con lo sguardo fiero e i passi incerti.
“È un’usanza del mio paese” disse.
Non era australiano, era di Pesaro.
A quanto pare, a Pesaro è normale essere scalzi e sbronzi nei bar alle cinque e mezza del pomeriggio, o meglio così mi voleva far credere.
Si chiamava Matteo, era a Roma per scattare delle fotografie. Stava preparando una mostra sul lato nascosto delle capitali europee e non aveva nessuna intenzione di mostrarmi le sue foto in anteprima.
Mi offrì un secondo giro e decise di raccontarmi la storia della sua vita, di come aveva iniziato con una Polaroid, di tutti i suoi viaggi e delle idee per i prossimi progetti.
Al terzo bicchiere, ero scalza anch'io e perdutamente innamorata.
Avevamo parlato di qualunque cosa ci fosse venuta in mente, dalla musica al vino, dai film muti ai giocattoli che Babbo Natale non ci aveva mai portato.
E sembrava una fonte inesauribile di aneddoti e curiosità. Sapeva sempre qualcosa di tutto.
Ero totalmente confusa e affascinata.
La nostra conversazione fu brutalmente interrotta da un brano di Bjork. Era il suo cellulare, guardò lo schermo, rifiutò la chiamata e lo spense.
“Dicevamo?”. Non lo sapevo, lo avevo scordato.
Fissarlo mi aveva inibito il pensiero. Chiusi gli occhi, respirai a fondo.
Dov’era finita la mantide religiosa che cattura la preda, la fa sua, e poi la uccide?
Non lo sapevo, ero sempre più disorientata. Quasi mi girava la testa.
Il mio imbarazzo fu rotto dal proprietario, che ci invitava a proseguire altrove la serata. Incredula guardai l'orologio, erano le due e venti.
Decidemmo di camminare un po'. Senza meta, senza scopo, senza più argomenti, soltanto estasiati da quella pace, dalle piccole vie soffusamente illuminate , dal rumore secco dei nostri passi e dalla lieve brezza che ci accarezzava. Di tanto in tanto, lui tirava fuori la sua macchina fotografica e immortalava quei momenti.
Andammo avanti così, finché le stelle non si spensero e la luna non tramontò.
Ci ritrovammo di fronte a casa mia, con il sole che sorgeva e la mia sveglia che sarebbe suonata appena un'ora e mezza dopo.
Ci fermammo a parlare per qualche minuto. Sarebbe partito quella mattina. Aveva un volo per Berlino alle dieci. I miei programmi invece si sarebbero limitati ad arrivare in ritardo a lavoro nella maniera più discreta possibile .
Lui si appuntò il mio indirizzo, promettendomi che mi avrebbe scritto per invitarmi alla sua mostra.
Ci salutammo, senza romanticismi e con un visibile imbarazzo da parte di entrambi.
Entrai in casa, chiusi ad agio la porta già pentita di non averlo invitato a salire, di non avergli chiesto un qualche contatto, di non averlo trattenuto in qualche modo. Indugiai un minuto davanti la porta poi uscii di corsa. Non c'era più.
C'erano solo le sue scarpe davanti al portone, con un biglietto.
-Tornerò a riprenderle.( È un'usanza del mio paese)-.

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